Quattro pasticcini resistenti

Così, dopo che la serata era finita a parole e spintoni, decisi di fare la pace.

Scartando i fiori, che lei avrebbe subito portato al cimitero, e il vino, che temevo la portasse a una sbornia cattiva, scelsi le paste.

Il pasticciere, che era stato allievo di Cracco o non so chi, non mi degnò del saluto, quasi che anche lui avesse partecipato al tafferuglio, così che mi stava venendo voglia di offrire i suoi pasticcini anche a lui, per una riappacificazione a prescindere.

Guadai un po’ le vetrinette, ma non mi intendo molto di pasticcini. Ne chiesi quattro.

Lui mi fissò con due occhi da cannolo, le cornee gialle e dilatate. Fece passare la pinza lucente sopra la distesa di creature, avanti e indietro, in un movimento quasi ipnotico, tanto che quando mi chiese quali sceglievo, ebbi un soprassalto.

“Quattro resistenti” dissi.

pasticcini resistenti

“E cosa significa? Mica gli sparo dentro il cemento.”

“Pasticcini che se me li tirano contro non si rompano. Recuperabili, insomma.”

“Di là ne ho di un mese fa. Li conservo perché non si sa mai. Sono gommosi, rimbalzano bene, reggono gli urti.”

“Magari è meglio freschi. Può succedere che vengano mangiati.”

“E da cosa dipende?”

“Lo sapessi. Per questo devo scegliere quattro pasticcini resistenti. Eventualmente, se la cosa finisce male, li mangio io.”

Il pasticciere optò per quattro crostatine integrali, ricoperte di marmellata in gel abbastanza resistente alla trazione e alla compressione. A suo dire un mese prima gli era caduta una di queste dal quarto piano, durante una gara acrobatica: il pasticcino si era frantumato, ma la distesa di marmellata era rimasta come nuova.

Con il dubbio di averne comprati troppi, o troppo pochi, che magari era meglio un bignè enfisematico o un babà astemio, andai da lei con la velocità minima consentita a un’automobile: tutta la strada in prima. Il motore urlava come la mia coscienza, combattuta fra la pace universale e la battaglia all’ultimo sangue, ma ormai la parte più buona e accomodante di me, vale a dire quella più codarda, aveva preso il sopravvento. Pensai di baciare la rivale sulla guancia, ma questo dipendeva dal suo atteggiamento iniziale. Ultimamente ai presentava alla porta con un coltellaccio da cucina in mano, che poi utilizzava con noncuranza per pulirsi l’interno delle unghie.

lei

 

Questa volta non si presentò subito, disse solo “Sto mangiando!” Erano le quattro, era appena tornata dal lavoro e non le interessava sapere chi ci fosse alla porta. Fosse stato anche il Presidente degli Stati Uniti, era molto difficile staccarla dagli spaghetti che per vezzo era solita annodare fra loro prima di inghiottirli.

“Sono il Presidente” dissi. Ero molto nervoso, avrei potuto essere accoltellato a breve. Mi corressi. “Sono il tuo vicino.”

“Quale vicino?”

“L’unico che ti abita vicino” dissi, ma sarebbe stato più esatto specificare: l’unico a questo mondo che ha il coraggio di abitare di fianco a te.

Silenzio. Poi sentii che risucchiava rumorosamente gli spaghetti dietro la porta. “Non penso che sei il mio vicino, anche se hai la sua voce. Il mio vicino ce l’ha con me.”

“Sei tu che torturi il tuo vicino.”

“Il mio vicino non oserebbe dirmi una cosa simile, è un cacasotto.”

“È vero – sbottai – è un cacasotto.” Lei mi riconobbe e mi aprì. Guardai per prima cosa la sua bocca. Ha dei denti retrattili, non so come dire, che all’uopo escono fuori dalle labbra come la dentiera di Dracula. Quando è arrabbiata, dico.

“La settimana scorsa abbiamo esagerato” dico.

“Ti sei accorto finalmente, di avere esagerato?”

“Sei tu che hai messo il lucchetto al cancello.”

“Quando ci vuole ci vuole.”

“Sono io che ho dormito in macchina. Tutta la notte. Sotto la pioggia.”

Romagna non rispose. Si chiama Romagna, io però la chiamo la governante del Fuhrer o anche con altri nomi che di volta in volta mi ricordano sciagure universali. Non rispose e continuò a tirare su gli spaghetti, con un risucchio osceno, facendomi capire che il discorso per lei stava perdendo di interesse. Allora tirai fuori la confezione che tenevo dietro la schiena.

“Cosa sono.”

“Pasticcini.”

“Compi gli anni?”

“Sono per te.”

“Io non compio gli anni.”

“Che importa?” sbottai. “È un piccolo pensiero, per ricominciare.”

“Vuoi ricominciare a litigare?”

“Voglio ricominciare un rapporto umano” dissi, anche se ero sicurissimo che ne ignorasse il significato.

“Vuoi che usciamo insieme?”

Non sapevo se mi stava provocando o se diceva sul serio. “Voglio che torniamo a essere buoni vicini.”

“Vuoi dire che lascerai che costruisca la camera da letto imperiale con vista lago, con gli oblò con i vetri oscurati e le piante di baobab intorno?”

“Lo sai che siamo in un condominio.”

“Allora i pasticcini tieniteli” disse lei, accennando a ritirarsi.

“Ne possiamo parlare – aggiunsi frettolosamente – la vita è un mondo di possibilità.”

“Non per te” disse lei, afferrò il pacchetto e mi chiuse la porta in faccia.

Comunque era andata meglio del previsto, non c’era stato versamento di sangue e avevamo sostenuto un dialogo per pochi minuti, potevo dirmi soddisfatto.

Scesi in cantina a prendere una bottiglia di vino.

I gatti, che erano più numerosi dei condomini, gatti di nessuno, ma che vivevano lì, si stavano contendendo i miei pasticcini, giù in cortile. Tiravano tiravano, graffiavano i dolcetti, li mordevano come se fossero topi, ma i pasticcini resistevano strenuamente, facendo sfoggio del loro colore e compattezza. Sollevai la testa e sul balcone c’era Romagna, la signora delle camelie. Cosiddetta perché ultimamente stava comperando una cifra di gerani, però spesso confondeva i nomi e li chiamava camelie, mentre per baobab intendeva i limoni.

“Non offenderti, ma col diabete non potrei mangiarli.”

“Mi dispiace, non sapevo che avessi il diabete.”

“Non ho il diabete, ma potrei averlo, me l’hai detto tu che la vita è un mondo di possibilità.”

Sorvolai sui pasticcini. Continuava a parlarmi e parlare era un grosso passo avanti. Presi la bottiglia in cantina e mi avviai all’appartamento.

“Grazie del pensiero” disse lei, sono rimasta senza vino.”  Era un Amarone e dentro di me si scatenò una breve battaglia interiore. Non regalerò mai l’Amarone, non regalerò mai l’Amarone, ripetevo mentre mi avvicinavo all’ingresso, ma lei era lì fuori, con le mani sui fianchi. Non mi staccava gli occhi di dosso. Mi disse che ero stato io a cercarla, ero stato io a scusarmi, quindi, se non si contavano pasticcini e diabete, il regalo era solo e ancora un pensiero.

amarone

 

A malincuore le cedetti l’Amarone e lei gongolando disse che mi perdonava, mi perdonava davvero.

La mattina seguente Catena, la vicina che abitava di sotto, mi disse che Romagna le aveva regalato una bottiglia di Amarone. Catena si era ubriacata la sera stessa e mentre ribadiva la generosità della sua amica si mise a innaffiare i fiori, ancora un po’ barcollante. Con la bottiglia di Amarone.

I gatti stavano riposando vicino ai pasticcini, che erano ancora lì per terra, ammantati di colori dalle sfumature incredibili. Erano perfetti.

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Roberto Stradiotti

studi classici, bonsaista della domenica
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