Informazioni su Roberto Stradiotti

studi classici, bonsaista della domenica

Pulizie di primavera

Ermete quando si risveglia sente puzza.

Nel tentativo di alzarsi per aprire la finestra, inciampa su cose molli, che sono al tatto viscide e untuose.

Che strano, pensa, in camera da letto non ho lasciato robe viscide e untuose.

Poi si ricorda che si trovava sul divano, quindi probabilmente si era addormentato sul divano, dove stava bevendo una birra. Era una giornata caldissima, lui aveva portato la posta per quasi dieci ore con il motorino, era tornato disidratato, aveva bevuto un litro d’acqua, ma era come se non avesse bevuto niente e si era stappato una birra ghiacciata. Si era addormentato. Sì certo, ma sul divano.

C’era lì sua moglie che gli diceva spostati, spostati che devo lavare per terra.

Sì adesso mi sposto, diceva lui, ma poi tracannava birra, ah che bello, e ripensava alla sete che aveva sotto il sole, mentre correva sull’asfalto rovente alla velocità massima, per recuperare ritardi irrecuperabili.

Spostati, diceva sua moglie, scopandogli tra i piedi, spostati che adesso devo lavare per terra.

Che odore. Ma non doveva esserci un buon profumo di pulito? Ma dov’è la finestra, dov’è l’interruttore della luce?

Si era sognato che volava con il motorino e sotto c’era la spiaggia di Copacabana. Allora lui atterrava con il motorino e c’erano bellissime ragazze in bikini che ricevevano la posta e gli dicevano: adesso spostati, che dobbiamo lavare la spiaggia.

Si solleva in piedi e prende una craniata con l’eco: booooonnng! O che il soffitto della sala è sceso di parecchio, cosa improbabile, o che la sala in realtà non è la sala. Quindi non è mai stato né sul letto, né sul divano.

Il morso della paura si impadronisce di lui, soprattutto quando l’eco della craniata si replica, con una testa che non è la sua. Un urlo di dolore echeggia nel buio.

Chi è?”

E di là, di rimando: “Chi è?”

Se sei un ladro vattene, prima che chiami la polizia.”

Giusto quello che stavo per dire io. Ho già avuto due furti in casa.”

Quindi è casa tua?” chiede Ermete.

Non proprio” dice l’altro. “In casa mia non c’è tutta questa puzza. Mia moglie lava almeno tre volte al giorno.”

Non è nemmeno casa mia” dice Ermete. “Mia moglie lava alle 9, alle 12, alle 16 e alle 21,30, festivi inclusi.”

Entrambi tengono le braccia protese, in posizione di difesa.

Ero sul divano, ricordo – dice l’altro – stavo bevendo un’aranciata. Stavo così bene. Poi mi devo essere addormentato ed eccomi qui.”

Sono morto? Sono in un sogno?”

Toccami, sono reale.”

Anche nei sogni tutto sembra reale. Anche il dolore” osserva Ermete. Bussa sul soffitto. Rispondono suoni metallici. L’altro fa altrettanto. Dice che sembra un coperchio. Spinge. Il coperchio si solleva. Si accorgono di essere dentro un raccoglitore di immondizia.

Tu abiti sotto di me, gli dice l’altro osservandolo alla luce; abitiamo laggiù.

Ermete guarda laggiù e fa notare all’uomo una donna che sta portando qualcosa sulle spalle. Un uomo addormentato. Apre un bidone lì vicino, lo scarica dentro.

Le nostre signore stanno facendo le pulizie di primavera” dice l’uomo.

Usciamo di qui, dice Ermete.

Camminano accanto, ma un po’ distanziati, per via della puzza che ognuno attribuisce all’altro.

Una normalissima procedura

Antonio Virdis deve partire. Finalmente! Spiagge bianche, cielo blu.

Non ce la fa più, ma quando si ferma davanti al colorificio si sente già un uomo nuovo.

Il ragazzo del colorificio ha occhiali grandi, rotondi, un ciuffo sostanzioso della sua giovinezza gli copre per intero una lente, cosicché deve guardare sempre un po’ di sbieco.

“Eccomi!” esclama Virdis, euforico, parandoglisi davanti, a uno sportello consunto dai vetri opachi.

Il ragazzo mormora un buongiorno sospettoso. Di solito si trova davanti imbianchini, manutentori, muratori, vecchietti che per la decima volta in un anno devono ritoccare quello spigolo esposto alle intemperie, personaggi strani che gli portano campioni di colore ai limiti dell’impossibile, però questo qui non sembra uno voglioso di pitturare, anzi tiene dietro di sé una valigia da viaggio.

Virdis, come se gli avesse letto nel pensiero, gli spiega che la sua macchina è al parcheggio centrale – che non è così vicino – ma è ugualmente felice perché deve andare in Madagascar. Sa per caso dove si trova il Madagascar?

A scuola non studiavo mai geografia, dice il ragazzo, però sono bravo in disegno.

Appunto, eh già, appunto, dice Virdis, come se chi è bravo in disegno debba lavorare per forza in un colorificio.

Il ragazzo lo guarda e non gli chiede nulla. Potrebbero star lì fino a sera.

“Ho bisogno del lasciapassare, sa indicarmi lo spogliatoio?” dice Virdis.

In che senso.

Io non che sia pudico, dice Virdis. Pudico sì, ma assolutamente nella norma. Senza eccessi, diciamo. Mostrarmi con i calzoni calati, sa, magari entra un cliente, insomma è imbarazzante, almeno per me, anche se alla fine è una normalissima procedura.

Il ragazzo cerca con lo guardo il suo principale, che ovviamente è chiuso in ufficio con Monia a mostrarle il Pantone.

Che tipo di lasciapassare, dice il ragazzo. Cioè, voglio dire, che tipo di colore.

Verde, ovviamente.

Le faccio vedere i campioni di colore, dice il ragazzo.

“Ma no, ma si figuri, non ho bisogno di vedere campionature, ci sarà un colore standard, suppongo.”

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Ci sono molte gradazioni, fa presente il ragazzo. Lo smeraldo, l’acido… Vorrebbe aggiungerne altre, ma non gli viene in mente più nulla. Il verde erba, aggiunge alla fine, orgoglioso. Lei ha un campione con sé?

A meno che in Madagascar ci voglia un colore particolare, Virdis non ha preferenze. Il verde che fate di solito, dice.

Con il tintometro – dice il ragazzo guardandolo di sbieco – riusciamo a ricavare il suo verde, sempre che abbia un campione. Oppure deve darci un codice, possiamo vedere il codice.

“Cioè il ministero deve fornirmi un codice?”

Il ragazzo rimane titubante. Questo signore non sembra ubriaco, deve essere semplicemente pazzo, magari i pazzi li mandano in Madagascar, che sicuramente sarà un posto per la salute mentale.

Se vuole, dice Virdis per venirgli incontro, posso farle avere il colore, però devo chiamare mio fratello, abita proprio qui vicino.

Il ragazzo, che non vuole troppe rogne, accetta la proposta. Meglio che venga il fratello, così si può individuare un colore (e mettere fine alla storia).

Virdis telefona al fratello. Antonello, dice, Antonello vieni qui, al colorificio, che qui il colore pare che non lo sappiano. Che poi così vado all’aeroporto, che non è poi tardi, ma insomma prima parto meglio è.

Il fratello arriva subito, il tempo di vestirsi. Perché noi, soggiunge Antonio al ragazzo, non che siamo vergognosi, però in casa ci piace stare in libertà, se mi capisce. In mutande, ecco. Persino nudi, in casa, ma quando bisogna uscire due stracci bisogna metterseli, no?

Convengo, dice il ragazzo, pensando al tipo di cure che si possono fare in Madagascar.

lepidottero di luna del Madagascar

lepidottero di luna del Madagascar

In Madagascar ci vado perché devo staccare la spina alla mente, dice Antonio, appoggiando un gomito al bancone. Sono così stanco, pensi che andavo al lavoro e non ricordavo più nemmeno se era mercoledì o giovedì. Dovevo telefonare a mio fratello. E a volte anche mio fratello faceva confusione, perché qui si fa Halloween che una volta non c’era e magari non si fa il patrono che una volta c’era. Là in Madagascar starò su un lettino tutto il giorno, questo è certo. Per uno come me il Madagascar è la soluzione migliore. Mi sono informato bene, ho preso un sacco di brochures, ti fanno stendere in una stanza con la musica new age e magari rimani lì tre ore, finché non ti senti davvero pronto ad alzarti. A volte ti alzi e insistono per farti rimanere steso ancora un po’, come se il lettino fosse proprio tuo o come se fosse mattina presto. Questo me l’ha detto mio fratello, che in Madagascar ci è andato prima di me. Lui ha perso la moglie. Nel senso che un bel giorno non l’ha più trovata, proprio, e allora è andato giù di testa ed è andato in Madagascar ed è ritornato rinato. Le consiglio di andarci, in Madagascar.

Magari fra qualche anno, dice il ragazzo, sapendo che in Madagascar non ci andrà mai e poi mai.

Ecco che arriva Antonello, dice Antonio. Corre alla porta trotterellando e agita le braccia. Antonello, qui!

Antonello saluta, poi chiede dello spogliatoio.

Il ragazzo cerca inutilmente con lo sguardo il suo principale. Qui non ci sono spogliatoi, dice. Noi vendiamo colori.

Appunto, dice Antonello, io sono qui per il verde.

Appunto, replica il ragazzo.

Noi non siamo così pudichi, fa Antonello, diciamo pudichi il necessario. Ecco, non siamo naturisti, ma neanche bigotti; insomma, se non ci sono spogliatoi non ho problemi davanti allo sportello, però se entra un cliente… va bene che alla fine è una normalissima procedura.

Quello che ho detto io, sottolinea Antonio.

Antonello si guarda intorno e si slaccia la cintura.

Aiuto, mormora il ragazzo.

Antonello cala le mutande e mostra al ragazzo una natica pitturata di un bel verde.

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Verde pisello, pensa il ragazzo. Come ho fatto a non pensarci, che c’è anche il verde pisello. Dice ai signori che non può mettere una natica nel tintometro: occorre una superficie pulita, limitata e non un pezzo di persona. E poi il body painting non si fa in negozio, nemmeno se uno deve andare in Madagascar.

Ormai per viaggiare ci vuole assolutamente il green ass, dice Antonello. Mio fratello ora deve partire e spero che lei non ci farà dei problemi proprio adesso. Io per il green ass ci ho messo cinque minuti. Cosa sono alla fine cinque minuti?