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Bozza di un coccodrillo

MODULO DEL COCCODRILLO                                                           n. 36 d/12 – revisione 2

 

 

Nome: Fabio Toninelli

detto anche: French

o anche: …………………

Motivo della dipartita:

◊ Rapito dagli estremisti di Alienia e trascinato nell’iperspazio contro la sua volontà e quindi impossibilitato a ritornare

◊ Disperso nel Gange durante:            a) rito religioso          b) festa con birra di fabbricazione indiana

◊ ibernato per sua stessa volontà e quindi per i contemporanei assente a tempo indeterminato

◊ autoesilio e clausura perenne

◊ altro ………………………

 

 

Fabio Toninelli, a meno che non sia nascosto da qualche parte, manca ormai da … (specificare il periodo di assenza).

Non essendo giunta la giustificazione dei genitori, ci tocca parlare di lui come se non ci fosse più, salvo che non si faccia vivo almeno telefonicamente (specificare il numero di telefono, ma facoltativo).

Appena nato, la sua molle eleganza, unita a un’aria spocchiosa e alla completa indifferenza per ciò che lo circonda, compresi i genitori, spinge gli stessi alla decisione di abbandonarlo in un museo di Desenzano, accanto al primo aratro preistorico. Dapprima viene considerato parte integrante dell’attrezzo e tutti dicono: ma guarda come è ben conservato, sembra vivo (note: ricordarsi che Toninelli è stato trovato nel 1976, l’aratro nel 1978, quindi l’aratro è più giovane, però con licenza poetica li uniamo a un comune destino. Ricordarsi che French raccomanda sempre di mitizzare lievemente la biografia).

Verso sera il pupo si accorge di essere effettivamente vivo e si mette a strillare; il custode decide seduta stante che quello strillo non è per nulla preistorico e lo salva da imbalsamazione certa.

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Fabio Toninelli passa la sua infanzia da bambino più o meno normale, trascorre i pomeriggi estivi ad affrescare con lo spray le absidi di numerose chiese di campagna, con animaletti quali pesci, cani e rane, firmandosi “Acquerelli Giotto” (note: pare che Banski l’abbia citato nei suoi esordi artistici: mitizzare lievemente).

Al liceo scientifico tenta di decorare i soffitti delle aule, lamentandosi per la scarsa qualità del supporto, ma i professori, irritati soprattutto per la modesta riuscita dei pesciolini, tentano di lapidarlo con i gessetti colorati. Toninelli non demorde, sente ardere dentro di sé sia la svogliatezza per lo studio che la passione per l’arte, si esercita nel canto e crea un brano di indubbio impatto emozionale, “La giostra” forse poco compreso dal pubblico di quel tempo, per le sue sfumature avanguardiste e tuttora ancora poco recepito.

Per approcciare le ragazze recita il numero del telefono di casa, ma quelle rimangono impassibili. Un giorno esclama a una ragazza: “Ma tu mi piaci davvero!” Quella non rimane indifferente, ma gira i tacchi e se ne va, allibita. L’esperienza maturata gli insegna che i numeri non hanno un senso, mentre le parole sì. Si appassiona alla scrittura, ma fa colpo solo sulle ragazze che non amano la scrittura, non su quelle che l’amano. Allora, d’accordo con alcuni compagni di scuola, pensa di creare qualcosa che trascenda la scrittura e che risparmi le lapidazioni con i gessetti: un coacervo di leggerezza e di gioia di vivere: è così che nasce il giornalino del liceo, Tapirulan, in onore del tapiro, animale che nessuno conosce davvero bene, ma ammirato assai a causa delle doti ambivalenti che ricordano molto quelle di Toninelli: dai suoi amici e dai più stretti collaboratori è definito infatti scioccamente timido, genialmente autarchico, volubilmente affidabile, pigramente determinato, determinatamente indeciso, stancamente iperattivo, definitivamente indefinito; egli però preferisce definirsi indefinibilmente definito. Come si può intuire, lascia spaesato chiunque abbia l’onore di parlargli insieme.

La fatica che accompagna l’uscita del periodico si rivela ben presto superiore alle forze fisiche di French, vittima di una imprecisata febbre adolescenziale che modifica la sua statura da 1,68 a 1,93 centimetri nel giro di una notte. Passa il giorno seguente a spasso con la mamma per rifarsi il guardaroba, ma da allora con rinnovate forze affronta la sfida di Tapirulan, pubblicando storie vere o presunte su alunni e professori. Ingiustamente boicottato dal corpo docente, o comunque non visto di buon occhio per la lunga coda di cavallo cresciuta anch’essa improvvisamente durante la febbre, viene comunque promosso agli esami di maturità, con la segreta speranza di tutti che non si sentirà più parlare di lui, se non fra le piantagioni di cotone o di caffè.

French si laurea in economia e commercio, con l’intenzione di trasportare oro e spezie per gli oceani, ma il mar di mare non gli permette di portare a termine il proposito. Allora compera una Peugeot 205 decapottabile e si mette in viaggio, alla ricerca del proprio futuro.

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“Perché ti sei fermato?” stai andando bene.”

Il finto Toninelli  guarda verso la luna, che non solo non è più piena, ma se ne è andata, proprio. “Finito” dice.

“È un coccodrillo a metà!” protesto.

“Può essere.”

“E allora? per il resto?”

“Fammi domande.”

“Ti farò domande sull’altra metà del coccodrillo. Diciamo dal 2005 ai giorni nostri.”

Mi dice solo di sì. Senza emozione, accarezzando la sua Olivetti come se fosse un animaletto morto.

“Se vuoi ti scrivo un coccodrillo sull’Olivetti.”

“Grazie. Un giorno.”

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fine  della seconda parte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’intersvista: Fabio Toninelli e la maledizione della luna piena

La rivista “Fishing fitness & lifting” mi ha commissionato un articolo sui pescatori palestrati con le labbra rifatte, che frequentano per lo più la palestra Tapis roulant di Rue de Venice. Per una deprecabile svista ho telefonato a Tapirulan.

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Dico: “Vorrei parlare con qualcuno con le labbra rifatte.” Dall’altra parte del filo mi dicono: “Ho delle belle labbra, ma non sono rifatte. Ho anche una bella mascella e somiglio a Kabir Bedi, ma con i capelli rossi. E questa comunque non è una palestra. Senza considerare che io il pesce non lo pesco mai, lo mangio solamente e lo prediligo fritto. Infine mi chiamo Fabio Toninelli, ma tutti mi chiamano French.”

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Dato che i miei collaboratori mi comunicano in tempo reale che la segreteria di Tapis roulant (la palestra) ammonisce che il numero è errato (?) mi arrendo e spiego allo sconosciuto, almeno per me, che devo scrivere un articolo al più presto e che quindi in qualche modo dobbiamo parlare di Tapirulan, qualsiasi cosa sia. Toninelli mi suggerisce di contattare il suo ghostwriter e butta giù.

Solo allora mi accorgo che a un ghostwriter, o scrittore fantasma, per il fatto che è un fantasma non è che si possa telefonare a comando. Ci vorrebbe una seduta spiritica letteraria, magari con le labbra rifatte. Allora ritelefono al Toninelli. Non so chi sia – dice – so che abita in un paese qui vicino che si chiama Bosco e si può trovare in giro con la luna piena, comunque dicono che si riconosce facilmente, buona fortuna.

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Guardo quando sarà la luna piena. Sono fortunato. La sera stessa vado difilato a Bosco e mi metto a passeggiare per le vie. Se comparisse la Madonna penso che lo capirei quasi subito, ma per uno scrittore non è la stessa cosa. “Scusi, lei è uno scrittore fantasma? Scusi, lei è un ghostwriter? Scusi lei è uno che scrive per Fabio Toninelli, senza chiamarsi Toninelli?” Per lo più ricevo risposte piuttosto offensive, perché molti pensano che ghostwriter sia un sinonimo di pirla, non saprei perché.

A un certo punto vedo un tipo seduto sul ciglio di un fosso, intento a scrivere con un’Olivetti, quelle macchine di ferro che pigi e fanno casino e spesso il dito si incastra fra la erre e la e.

“Scusi, scrive?” chiedo.

“No, pattino” dice. Per scrupolo controllo i suoi piedi. Porta infradito. Senza rotelle. La sua macchina è surriscaldata, fuma, fa una riga al secondo. Le dita, noto, stanno sanguinando. Ha accanto a sé un plico di fogli, saranno una cinquantina.

“Mi manda Toninelli – dico – ho cercato di parlargli, ma al di là della descrizione dell’aspetto fisico non mi ha voluto dire altro. Secondo lei assomiglia a Kabir Bedi?”

“Di Toninelli ce n’è uno” dice il tipo, che tutto sommato è normale, non sembra nemmeno un licantropo.

“Ho bisogno di intervistarlo, ma lui dice che c’è uno che parla per lui. È lei l’oracolo?”

“Mi chiami pure Toninelli, ma facciamo in fretta, che la luna non dura così tanto.”

“Neanche il mio posto al giornale, se salta l’intervista.” Siamo entrambi felici, abbiamo un obiettivo comune. Gli chiedo se conosce persone rifatte. Il nome di French, almeno, è rifatto. Sono rimasto molto colpito dal soprannome di French, quando Toninelli mi ha detto che lo chiamano French. Come essere chiamato Trinità, ma un po’ più novecentesco ed europeo. Un mito comunque, a suo modo.

“Ho cercato il significato: French=tagliare le verdure a bastoncino. Mi approssimo? A Toninelli piace tagliare le verdure?”

Toninelli, che ricordiamo non è il vero Toninelli, smette di scrivere, asporta con un fazzoletto il sangue dalle dita. “Ma lei, da dove arriva?”

“Stavo cercando pescatori palestrati rifatti, ma per una serie di equivoci ho contattato Toninelli e adesso ho fretta di scrivere l’articolo.”

“L’aiuto io – dice il finto Toninelli – ma prima che la luna se ne vada.” Mi viene da pensare che la luna lo aiuti a scrivere con la sua luce, anche se onestamente mi sembrerebbe molto più comoda un’abat-jour. E invece la realtà è molto più drammatica: il fake mi dice che in condizioni diverse non saprebbe buttare giù due righe decenti. Confessa fra i singhiozzi che una volta al liceo per il tema assegnato Una gita fuori porta scrisse: “Sono andato al lago con i miei. Era domenica. Una bella domenica.” Fine. Senza luna piena è completamene incapace.

Il finto Toninelli si ricompone. “Butto giù il materiale, non mi costa niente, sto scrivendo il suo coccodrillo.”

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“Mi sembra presto.”

“Me l’ha chiesto lui. Colleziona coccodrilli, quindi vuole anche il suo. Nel coccodrillo troverà chi era e cosa faceva, così le tornerà utile.” Torna a battere a macchina, una velocità folle, le rane tacciono al suono di una mitragliata di lettere. Il finto Toninelli riprende a piangere. “Oh, come ci mancherà.”

“Ma questo coccodrillo è rifatto? Qualche ritocchino ce lo vuole mettere, giusto per rimanere in tema?”

“Come si fa a rendere bella una cosa bella? La storia di French e della sua associazione è già bella così.”

La luna è bassa, grande, scura come un tuorlo. Incorona la testa dello scrivano, che sembra un qualche santo scrostato dal tempo e strappato da un affresco di Giotto. Certo che avere bisogno della luna piena per scrivere è una grande maledizione.

 

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FINE DELLA PRIMA PARTE