La transumanza pasquale

Il decreto dice che non ci si può muovere. Che si deve stare in casa.

Però dice anche che per ragioni di lavoro si può viaggiare.

Viaggiare! Casa! Mi sento E.T., adesso lo capisco bene, lui in esilio nel nostro mondo, mentre il suo era lassù, chissà dove.

Il mio vicino vive da solo, ha una grossa villa e molti animali. Ho già visto cani, un pappagallo, un paio di oche, dei conigli, un cerbiatto. Una tartaruga, una scimmia. Quando va a fare la spesa porta spesso a casa qualcosa. Canarini, criceti, cose così. Si ferma sempre da “Marco natura viva” ed esce con qualcosa di vivo.

Gli dico, mesto e funesto, che Pasqua è alle porte, ma non posso tornare a casa, che se mi becca la polizia prende la chiave e la butta via. Allora il mio vicino si mette a ridere e se non sbaglio conosco quel tipo di riso: tradotto significa che io sono proprio un ingenuo e che ovviamente lui ha una soluzione a tutto e mi aiuterà, basta che riconosca la sua superiorità intellettiva, in qualche modo: umiliandomi, dicendogli che non ci avevo pensato. E così lo ammetto, prima che lui espliciti la sua risata, prima che mi faccia la sua proposta.

Ti posso dare la mia pecora Dolly, mi dice. Lui è fatto così. Ha un cane che si chiama Lassie, un gatto che si chiama Silvestro, un cavallo che si chiama Furia. Impara i nomi dai libri o dalla televisione o dai giornali e poi battezza le sue bestie.

Tu forse non sai la storia della pecora Dolly, mi dice, ma prima io che possa ribattere che la conosco anche troppo bene ricomincia. Penso che abbia bisogno di raccontare, pur sapendo che non è la prima volta.

pecora dolly

Anusu aveva un gregge. Le sue pecore coprivano interi prati, prati di lana gialla. Morirono tutte per un virus sconosciuto, nel giro di un paio d’ore. Tutti dissero che il flagello era arrivato perché Anusu era cattivo, ma un agnellino si era salvato quindi o quell’uomo non era completamente cattivo o le due cose non c’entravano niente, anche perché lui si professava cattivo al cento per cento. E infatti abbandonò l’agnellino sull’autostrada a luglio, per andare a Rimini. Nessuno si fermava, perché si sentiva sempre di cani abbandonati, non di agnelli abbandonati, per cui la cosa sembrava a tutti un po’ sospetta. Il mio vicino di casa venne a saperlo e andò a prendere l’agnello al casello, dentro un loculo del pagamento pedaggi, dove l’animaletto stava guardando un film insieme al casellante. L’animale fece un po’ di resistenza, forse perché voleva vedere la fine, ma il mio vicino disse che il protagonista alla fine moriva. L’agnello lo seguì, mentre il casellante tirò al mio vicino un tubo intonso di monete da un euro.

fine  Con questa pecora, dice il mio vicino, potrai tornare a casa. Dalla storia appena terminata, infatti, sono passati anni, l’agnello è diventato pecora e non si ricorda più né del film, né di come finisce.

Io continuo a fare la parte di quello che non ha capito, non solo per compiacere il mio vicino, ma perché effettivamente non ho capito. La transumanza, dice lui. Con la transumanza tu puoi spostarti, per ragioni di lavoro. La transumanza non si fa mica in dieci metri, bisogna portare le pecore lontano, tu non devi andare lontano? Io mi fido delle sue parole, non tanto perché ci creda davvero, ma per uno sciocco senso di speranza. E lui è pienamente appagato.

il mio vicino

E così eccoci, in macchina, Dolly ed io. Lei, ancorata con la cintura di sicurezza sul sedile anteriore, guarda i campi, gli alberi, con noncuranza. Ha un odore strano, ma evito di farglielo notare, anche se dalla sua parte ho provveduto ad abbassare completamente il finestrino. Facciamo la transumanza, le dico, così per fare due chiacchiere. Dolly mi guarda, anche lei con un’aria di superiorità. Mi guarda e mi dice beh…

Beh cosa – dico io – non sei contenta, che ti porto in giro? Sei sempre rimasta al tuo paesello, ora conoscerai il mondo! Dolly non ha voglia di parlare con me, però con la zampa mi indica, laggiù in fondo, una pattuglia della polizia, come se in un certo senso si rendesse conto del nostro piano e volesse farmi intendere che la storia della transumanza posso tenermela per i miei nipotini.

panda young

La polizia, che vede arrivare una panda young, ovviamente ci ferma. Ti prego Dolly, le dico, aiutami tu.  E infatti è lei a prendere l’iniziativa. Guarda un poliziotto fisso negli occhi. Dice: Beh?

L’altro poliziotto al mio finestrino mi dice: ehi nonnetto, andiamo a fare la scampagnata? Dico che è tempo di migrare, che vado sui monti del Tirolo. Prima che me la chieda gli consegno la carta d’identità: uno, per prevenire le mosse del nemico; due, per fargli vedere che non sono un nonnetto. Lui mi squadra e guarda il documento e poi mi dice che sembro più vecchio. Intanto con la coda dell’occhio vedo Dolly che fa la ruffiana e lecca la mano all’altro poliziotto. Ehi Antonio, dice quello, guarda un po’ qui. Ma Antonio non si lascia distrarre e vuole sapere il motivo della mia gita.

La transumanza, spiego. Le greggi si spostano di pascolo per migliorare il latte. Mi chiede dove sia il resto del gregge. Cos’è, non ci stava nella macchina? Ride da solo, fino a tenersi la pancia. Dico che le pecore sono morte tutte, cane pastore compreso, una triste storia. A questo punto l’altro poliziotto si sta facendo leccare la faccia. Guarda, Antonio, guarda! Certo che questi due si stanno divertendo un mondo.

Per quanto lo riguarda, Antonio mi dice che non ha intenzione di farmi passare, ma io gli ripeto che la transumanza è fatta per portare una o più pecore da un punto A a un punto B. allora lui va alla radio ad informarsi se una pecora può spostarsi da un punto A a un punto B. Poi mi chiede se ha qualcosa a che fare coi paradossi di Zenone.

Non penso, è l’animale del mio vicino e io sono il suo pastore, dico. Quello discute un po’ alla radio, mentre l’altro poliziotto sta intrattenendo Dolly con la filastrocca “Mi chiamo Enzo Lorenzo.”

Antonio mi riconsegna il documento. Monti del Tirolo, Dice? Sì, dico. Transumanza, dice? Transumanza, dico.

Patatona patatona, sta dicendo il poliziotto giocherellone a Dolly, mentre strofina il naso sul suo muso.

Dolly e il poliziotto

Antonio mi dice che è anziano, uno di esperienza, ne ha viste tante, fiuta l’imbroglio lontano un miglio e anche più, ma si è confrontato con i colleghi e ritiene che la mia storia se fosse solo stupida sarebbe falsa. Il problema è che oltrepassa di molto la stupidità per essere falsa. Richiama il collega e mi fa cenno di andare. Quello dice ciao Dolly, ciao Dolly, verrò a trovarti nel Tirolo. Sembra persino commosso.

Dico a Dolly, siamo stati forti. Eh, che siamo stai forti? Senti Dolly, per la cronaca niente monti. Per Pasqua ci fermeremo da mia mamma, in pianura.

Dolly sta masticando un ciuffo d’erba che gli ha donato lì per lì il suo poliziotto. Si gira verso di me e mi mostra dentro la bocca un impasto verde e bavoso. Poi deglutisce rumorosamente, si appoggia allo schienale e  chiude gli occhi. Sembra persino felice.

 

Covid, prezzo e qualità

Devo, mangiare, altrimenti morirò.

Poi penso beh, settantasei chili sul gobbone non ti portano alla morte per denutrizione, non immediatamente, almeno. Il fatto è che da un po’ di tempo ho la sindrome della dispensa vuota; quando ho davanti a me un fine settimana me lo figuro lungo un annetto; tra il venerdì e il lunedì passano due giorni divisibili all’infinito e io come farò ad affrontare un infinito?

Semplice, si va a fare la spesa, si va a riempire la dispensa. Lo so, i supermercati nei fine settimana sono affollati, dieci persone distanti un metro fanno dieci metri e così via; questo vuol dire, a colpo d’occhio, che a quest’ora per entrare al supermercato devo posizionarmi in canonica, alla distanza di un metro dall’ultimo. Senza considerare che quando arrivi e chiedi chi sia l’ultimo, tutti ti guardano male, perché nessuno si ricorda veramente se sia arrivato prima o dopo un altro.

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Talvolta scoppiano risse fra uomini mascherati, così evito, perché conosco un trucco. Il trucco è andare al Covid, minimarket aperto 24 h 24. Andare alle tre di notte, quando tutti dormono profondamente.

Mi preparo come se dovessi fare una rapina: mascherina, pistola ad acqua, ma caricata con cloro e amuchina, una scatola contenente 100 guanti di lattice, copricalzari igienici, copricapo usa e getta, grembiule usa e getta, soldi usa e getta. Passo davanti allo specchio e per poco non mi viene un infarto, non mi riconoscerebbe nemmeno mami.

Vado in bicicletta, perché ho bisogno di moto. Cioè sia di movimento, sia di motocicletta, che non ho i soldi per comprare. Vengo fermato da una pattuglia della polizia, che mi dice dove vado. Vado a fare la spesa, dico e loro vogliono sapere come faccio a dimostrare che devo fare la spesa, allora tiro fuori la borsina del Covid. Ah sì, ochèi, dicono, ma quella mascherina… lo sa che il volto deve essere identificabile? Allora estraggo una nuova carta di identità, dove ho fatto mettere una foto di me con la mascherina. Mi guardano, poi guardano la fototessera. Si consultano. Nella fototessera la mascherina è azzurra, mi dicono. Lei ha una mascherina rosa. L’ho appena cambiata, dico.

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Rimangono dubbiosi. Mi chiedono se alla fine della spesa passerò ancora di lì. Certo, dico. Allora mi suggeriscono che al Covid c’è il cioccolato alla banana split con dentro uvetta e prezzemolo, se per piacere compero due stecche per loro, perché la notte è lunga e a un certo punto viene un vuoto di stomaco e di affetti.

Il Covid ha un parcheggio piccolo e quadrato, in pendenza; un carrello stracolmo sta fuggendo in solitudine fuori dal cancello, verso il centro della strada. Sono parcheggiate macchine in numero considerevole, appartenenti a persone che hanno pensato che alle tre l’ora è più propizia, ma non mi faccio scoraggiare. Qui non c’è la coda con la distanza di un metro, un po’ per evitare le risse, un po’ perché al Covid non vanno tanto per il sottile, un cliente è un cliente, ci mancherebbe di farlo aspettare al freddo.

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Per entrare al Covid si salgono le scale e sul muro di fianco è disegnata una scala mobile, così uno anche se fa fatica e ha il batticuore ci pensa di meno. Sono appesi i manifesti delle pubblicità della famosa campagna di marketing, connubio fra prodotti e personaggi: Giovanni Iceberg, Mago Perino, Totano Mascherato, che a me personalmente non fanno impazzire, come quello slogan ormai di qualche anno fa: “al Covid entra anche Re Mida”, che sinceramente non ho mai capito. Per fortuna adesso campeggia nelle pubblicità il tormentone “Covid, prezzo e qualità”, che indubbiamente ci sono, ma son si sa a quale livello. Si entra nel màrchet con aria circospetta, perché la legge della sfiga vuole che alle tre di notte sia molto probabile incontrare un amico che non vedevi da tanto tempo e che ti butterà le braccia al collo. Ma l’amico o è morto o fa parte di quelli che dormono profondamente o sta giocando in garage con i modellini degli aerei, tanto per elencare i miei tre amici che una volta mi erano più vicini. In questo màrchet è talmente raro vedere dei clienti che i sottaceti portano la mascherina per paura delle persone. La cassiera vive lì, come se niente fosse, avrà settant’anni e anche lei sta lì 24 h 24. È anche la sola dipendente, per cui bisogna avere pazienza.

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Nelle corsie ci si studia. Ti muovi quando l’altro si allontana, se retrocede retrocedi e se sei circondato, se dietro di te c’è un altro, ti butti nello scaffale dei biscotti, aspettando che il pericolo sia passato. Quando si guardano i prodotti c’è un certo nervosismo, perché ci si ferma non dove occorre qualcosa, ma dove non c’è nessuno, cosicché uno prende quello che trova nel posto in cui si trova e a casa si accorgerà di aver fatto una spesa completamente sbagliata, pur avendo mantenuto la corretta distanza di sicurezza. Inoltre non hai il tempo di controllare i prezzi, prendi su e speri.

Laggiù c’è uno che per starnutire si toglie la mascherina

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e tutti intorno a me fanno oh! Non passeranno mai di là, che pure è la zona fondamentale delle verdure e della carne; rimangono lì immobili a tirare giù dallo scaffale due etti di bamboline similbarbie e solo cinquanta grammi di Gormiti, che notoriamente sono più cari oltre che indigesti.

A un certo punto mi viene in faccia qualcosa e urlo, pensando che sia il fantasma del mio amico morto, che mi salta con le braccia al collo. Che se avessi un minimo di raziocinio penserei che un fantasma non è portatore di virus. Invece è la biancheria della cassiera, appesa ad asciugare. Sfia affenfo, giovanoffo, mi dice la donna, che in serata ha messo la dentiera a bagnomaria. Dormicchia dentro lo scaffale dei disinfettanti, che è vuoto da tempo. Non dorma così, le suggerisco, le verrà il mal di schiena. Mi risponde che la notte prima ha dormito al posto delle pizze surgelate, che sono due settimane che non arrivano, ma le sue ossa non sopportano più il freddo. Però lei si è organizzata bene, ora ha messo un materassino gonfiabile e già che c’era anche un ombrellone. Alza le spalle sorridendo, come a dirmi che la sua vacanza ormai è lì, sempre lì.

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Il nemico arriva, devo procedere. Una piccola schiera, li vedo laggiù, sono brutti, sporchi e cattivi e carichi di acquisti, un concentrato di pandemia ambulante. Devo pagare subito, mi precipito alla cassa. Buonanoffe, mi augura la donnina, una volta riscosso un patrimonio.

Rifaccio la strada dell’andata e incontro di nuovo la polizia. Sono quello del cioccolato, dico. Sono raggianti. Apro la borsa della spesa e rimango di stucco: cosa accidenti ho comprato? Dico ai poliziotti se per caso non hanno bisogno anche di assorbenti e smalto per unghie. Loro forse travisano, Mi guardano molto male, allora consegno il dolcetto e dico che non voglio i soldi e scappo e intanto che pedalo penso cosa può farne un maschio di assorbenti e smalto per unghie. Va be’, assorbenti è presto risolto, ci ricavo delle mascherine nuove. Ma lo smalto, cosa me ne faccio dello smalto?

E questo pensiero me lo trascino fino a letto, fino alle porte del sogno.